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Mein Europa: Wir von der Schule für kreatives Schreiben „Ellemù“ (Institut für Italianistik der LMU) wollen anlässlich der Europawahlen darüber schreiben, was Europa für uns ganz persönlich bedeutet. Unsere Texte werden wir nach und nach jeden Tag veröffentlichen.

 

La mia Europa: Noi del corso di scrittura creativa Ellemù (istituto di italianistica  della LMU) in occasione delle elezioni europee abbiamo deciso di scrivere che cosa significa per noi l’Europa. Pubblicheremo ogni giorno una nostra esperienza.

 



Michela Romano 

La mia Europa

24.05.2019 

 

È il sogno della maggior parte dei ragazzi della mia generazione: viaggiare, conoscere, scoprire nuove parti di mondo. Appena riusciamo a mettere da parte un po’ di soldi, partiamo in esplorazione, andiamo a conoscere qualcosa di diverso, qualsiasi cosa che stuzzichi la nostra curiosità. Ormai conosciamo tutti la parola “Wanderlust”, il desiderio di viaggiare, che ad oggi è considerata come una vera e propria patologia. Infatti molte persone “malate di viaggi” non riescono a stare fermi avendo sempre la nostalgia dei viaggi passati e la voglia di farne di nuovi. E chi appartiene alla “generazione Erasmus” come può non essere affetto da questo disturbo?

Ho iniziato a viaggiare ancora prima di essere in grado di ricordarmene: il mio primo ricordo sono le piramidi e tanta sabbia e mia madre che mi portava al mare anche a novembre, il ghiacciolo al mango e le scritte in arabo. I miei primi anni li ho vissuti in Egitto, dove mio padre si era trasferito per lavoro. Ero destinata ad essere attratta dai viaggi. Ne ho avuto un’ulteriore conferma tre anni fa quando sono partita per iniziare il mio percorso universitario in un altro Paese: un Erasmus un po’ più lungo del solito, chiamiamolo così. Ho fatto le valigie e ho preso un aereo di solo andata per Londra. Questa città mi ha accolta come se fossi una sua cittadina: lì ho imparato cosa significa essere indipendente, lì ho lavorato per la prima volta in vita mia. Sia all’università sia al lavoro ho conosciuto giovani provenienti da molte parti del mondo: inglesi, francesi, spagnoli, greci, colombiani, cinesi, vietnamiti, nigeriani.

In questi due anni mi sono accorta delle differenze tra il Regno Unito e l’Italia; non è stato per niente facile adattarmi a una città così diversa. In Inghilterra ho affrontato i problemi con la burocrazia, soprattutto all’inizio, e con la casa, ho imparato a fare tutte le faccende da sola - la mia prima lavatrice sbagliata! -, la prima spesa pensata solo per me.

Ho capito molto presto che vivere una città da turista e andarci a vivere sono due cose completamente diverse. Se da turista Londra mi era sembrata una città vivibile, piena di cose da fare, adatta alle mie esigenze, a poco a poco mi sono resa conto che non è proprio così. È una città multietnica, ma è anche una città piena di difetti che scopri solo col tempo vivendola veramente puoi scoprire. Per esempio, il primo giorno di università, all’incontro per gli studenti stranieri, ci hanno messo subito in guardia: è vero che gli inglesi ti dicono sempre “sorry!” quando ti urtano per strada, ma è anche vero che è un riflesso automatico e il più delle volte pensano che sia tua la colpa. Una cortesia fasulla.


Londra mi ha fatto conoscere culture molto diverse dalla mia, persone con abitudini e tradizioni a me completamente sconosciute e sicuramente è in questo modo che mi ha arricchito di più. Io ho cercato di assorbire quante più informazioni possibili, di imparare dai miei compagni di corso e dai miei colleghi, di scoprire quanto più potevo sulla loro cultura. C’è stata una vicenda che mi è rimasta particolarmente impressa: un giorno durante uno dei miei turni in un hotel ho stretto amicizia con un ragazzo nigeriano che, prima di arrivare nella capitale inglese, aveva vissuto a Parma. Mi ha raccontato come fosse scappato dal suo Paese perché non aveva assolutamente nulla da offrirgli e come in Italia non fosse stato accolto nel migliore dei modi:
“L’Italia è più bella dell’Inghilterra,” mi disse, “c’è il sole, il mare, il caldo e il cibo buono. Ma a Londra mi trattano meglio”.
Da quel giorno ogni volta che lavoravo in quell’hotel, passavo le pause con lui: parlavamo del più e del meno e lui, che faceva il cuoco, se avevo fame mi preparava qualcosa da mangiare.

 
Quest’anno ho affrontato un’esperienza nuova, simile a quella inglese, ma che forse mi ha cambiata ancora di più: sono passata dal “quasi”
Erasmus all’Erasmus vero e proprio e sono andata a  Monaco di Baviera. Già solo l’idea di un’altra avventura mi emozionava. A Monaco mi sono trovata davvero a casa sin dal primo giorno. È difficile descrivere la sensazione che ho provato la prima volta camminando per le sue vie e scoprendo i diversi luoghi della città, forse la luminosità, gli spazi, la città ideale più piccola di Roma, tutto più regolare e regolato.
Anche in questi mesi ho incontrato persone provenienti da tutto il mondo, ma l’episodio che mi è rimasto più impresso riguarda un pranzo. Avevo una lezione di quattro ore, da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio. Uscendo dall’aula il mio unico pensiero era quello di mettere qualcosa sotto i denti il prima possibile. La mia amica vietnamita e compagna di corso, Cecilia, mi ha suggerito di andare a mangiare in un ristorante di street food del suo Paese e poi mi ha spiegato tutto sui piatti e le abitudini vietnamite a tavola, da come usare le bacchette a come condire i piatti. Non avrei mai pensato che da un semplice pranzo si potesse imparare così tanto su un popolo! Ora mi piace tornare a mangiare in quel ristorante e ci porto tutti i miei amici, proprio perché ne ho un ricordo così bello che lo rende speciale. Per di più la cucina vietnamita è davvero buona, se si sa cosa scegliere.
Inoltre in Germania ho provato l’esperienza di vivere in un posto dove non ho una piena padronanza della lingua. All’inizio con le mie amiche ci correggevamo a vicenda i documenti e i compiti da inviare o andavamo insieme negli uffici e nei negozi per aiutarci a parlare un tedesco il più corretto possibile. Si può imparare molto anche dagli errori che fanno le persone di altre nazionalità, per esempio le mie amiche francesi hanno problemi con regole grammaticali tedesche che io ho assimilato sin dal liceo senza problemi.

In questi anni quello a farmi crescere di più sono stati i “due Erasmus”: tutto quello che ho imparato, visto e vissuto in questi paesi è insostituibile. Pensare che i nostri genitori non hanno avuto tutte le possibilità che abbiamo noi mi fa riflettere su quanto sia preziosa questa esperienza: l’opportunità di viaggiare liberamente per l’Unione Europea, di poter studiare in un altro paese senza gravare troppo sul conto in banca, di conoscere ragazzi da tutto il mondo per noi è quasi scontata, ma in realtà è frutto di molti anni di lavoro e cooperazione. Penso di parlare a nome della mia generazione nel dire che siamo grati per quello che stiamo vivendo.

L’Erasmus ti arricchisce dentro, ti lascia un segno indelebile, cancella i confini. Credo che sia impossibile tornare alla “normalità” dopo un’avventura così perché dopo esserti messo in gioco una volta è naturale volerlo fare di nuovo. Una volta che si è stati contagiati dal “Wanderlust” non si riesce più a stare fermi.

 

Janine Malz

Che cosa significa l’Europa per me?

23.05.2019

 

La mia relazione con l’Europa è nata il 9 novembre del 1989. Avevo quasi 5 anni e una tessera sanitaria tutta rossa con falce e martello. Nell’apposito campo dove bisognava scrivere il proprio nome e cognome c’era scritto con un’insicura mano da bambina: Janine DDR. Dopo una giornata in asilo in cui avevo giocato a fare la spesa con le monete di alluminio che non pesavano niente - nella DDR tante cose erano di alluminio, anche la valuta – stavo già dormendo quando senza neanche accorgermene ero diventata una cittadina della comunità europea. Così nel mio sonno si era realizzato il sogno di un paese – di un intero continente – spezzato in due dopo il capitolo più scuro della storia della Germania. I miei non conoscevano altro che i boschi della Turingia, i laghi del Brandenburg e con eccezione dell’ovest della Germania non provavano tanta curiosità per il mondo che stava al di là delle frontiere – anche perché era comunque assolutamente impensabile oltrepassarle. Ancora oggi mio padre mi dice: “Pensavo di trascorrere tutta la mia vita nella DDR, al massimo mi avrebbero consentito un viaggio all’ovest dopo la pensione.” Il mio primo incontro con l’Europa era quindi praticamente il nostro viaggio all’ovest subito dopo il crollo del muro: ricordo benissimo la sensazione di trovarsi all’improvviso in una sorta di paese delle meraviglie. Ovunque andavamo ci salutavano cordialmente e nei negozi regalavano giocattoli e dolci a mio fratello e a me. Tutto era così colorato! E non dimenticherò mai il mio primo uovo Kinder. Cioccolata in forma di uovo (mai visto). Avvolto in un foglio di alluminio con delle lettere colorate (quanto splendore). E dentro un altro uovo di plastica che si apriva con la pressione del pollice e da lì usciva una figurina di uno della Banda Bassotti (che meraviglia). Dovevamo sembrare degli esseri arrivati da un’altra stella. Mentre i miei presto capirono che quell’altro mondo non era fatto per loro e al contrario di migliaia di abitanti dell’est decisero di restare e di limitare le proprie vacanze ad un raggio di 50 chilometri, io ero stata contagiata da una malattia incurabile: il Fernweh*.

Una “nostalgia per la lontananza” che a 18 anni mi avrebbe portato – grazie alla libera circolazione all’interno dello spazio Schengen – a lavorare in un’azienda agricola biologica in Calabria, a fare la ragazza alla pari a Venezia, a seguire un progetto per studiare le balene in Scozia, a studiare come tradurre da tre lingue europee: l’italiano, l’inglese e l’olandese, a trascorrere un anno accademico tramite l’Erasmus all’università di Trieste, a lavorare in un’agenzia di traduzione a Sheffield in Inghilterra, a fare viaggi in Austria, Svizzera, Slovenia, Romania, Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra, Irlanda ecc. Si dice che i viaggi trasformano i giovani e infatti tutti questi viaggi, tutti gli incontri con altri europei, hanno trasformato me, la mia immagine di me come tedesca. Non dimenticherò mai quel signore anziano conosciuto per caso nel tram a Trieste che era stato lavoratore coatto nei pressi di Halle nell’est della Germania. Alla mia domanda se i tedeschi l’avevano trattato male, senza guardarmi negli occhi, sottovoce, aveva risposto “Sì”. Non dimenticherò mai il mio senso di colpa e la mia vergogna quando mi ero scusata con lui in nome del mio paese e come lui mi aveva stretto la mano. Non dimenticherò mai la conversazione con un ragazzo olandese nell’autobus che mi raccontò con riluttanza che sua nonna aveva reagito molto male quando le aveva annunciato di trasferirsi a Monaco di Baviera perché suo nonno era stato fucilato durante l’occupazione nazista. Non dimenticherò mai il racconto di un mio amico italiano: suo nonno Andrea era stato come lavoratore coatto in un lager in Sassonia, sempre all’est della Germania, e nell’ultima confessione prima di morire aveva rivelato al prete di odiare i tedeschi. Così come non dimenticherò le pagine che mi lesse dal diario del nonno: aveva accuratamente annotato ogni singolo pezzo di pane ricevuto perché, oltre alla fatica e al freddo, soffriva anche la fame. In tutti questi anni in cui ho conosciuto francesi, olandesi, inglesi, italiani, belgi tramite le loro storie personali, l’Europa è diventata per me qualcosa di più di una storia astratta: è un continente in cui le tracce della storia sono ancora visibili, in cui sono ancora percepibili i traumi nelle famiglie. E da tedesca sento un forte senso di responsabilità, perché questa Europa mantenga la sua promessa: “Unita nella diversità”.

Grazie a una mia amica che si è trasferita in Belgio, vado almeno due volte all’anno nel cuore dell’Europa. E sono proprio quei momenti come quando cammino al fianco di Sanne, una ragazza fiamminga, nelle strade di Ypres (Ipro) e lei mi racconta che durante la prima guerra mondiale la sua città è stata inondata dal sindaco per fermare l’esercito tedesco, che provo speranza. Quando nella sua famiglia ancor’oggi si racconta come all’inizio della seconda guerra mondiale il nonno vide arrivare il nemico tedesco e capì subito che dovevano arrendersi per salvare la propria vita, eppure quella stessa famiglia mi accoglie con tanta ospitalità e mi offre il suo gustoso amaro Picon. Quando visitiamo insieme i monumenti per i caduti della guerra, ho la sensazione che le vecchie ferite dell’Europa pian piano si stanno rimarginando e che questa nuova Europa è riuscita a fare pace, e ancora più bello, è riuscita a stringere amicizie.

 

*Fernweh = parola tedesca che significa “nostalgia della lontananza”, cioè il desiderio di vedere il mondo; è il contrario di “Heimweh” che è la nostalgia di casa


Scuola di Scrittura Creativa Ellemù

Ab SS 2018 Kurs Kreatives Schreiben am Institut für Italianistik an der LMU (Ludwigs-Maximilians-Universität) in München. 

 

Il corso (Master “Italienstudien”, Praxisorientierten Ergänzungsmodul) è aperto anche agli studenti del Master Romanistik e Literarisches Übersetzen, del Lehramt Italienisch, del Bachelor Italienisch e del Nebenfach SLK. Il livello minimo di conoscenza dell’italiano è B2

 


Lesung in Innsbruck

Innsbruck, 7. September 2017: Der kleine Saal in der Buchhandlung Tyrolia ist voll. Der alte Kuraj kann immer noch die Zuhörer berühren. So ist es mit den Büchern, den Geist und das Herz der Leser ansprechen können: Sie werden niemals alt. Vielleich gehört Kuraj zu den glücklichen.



Scuola di scrittura creativa ELLEMU’

2017 Mai Veröffentlichung “NON FARE SCENE  Emma Books Milano

La scuola di scrittura creativa Ellemù di Monaco è alla sua seconda edizione. In quest’antologia le autrici (Maddalena Fingerle, Nadine Löhr, Agnese Ferro, Yvonne Gebhardt) affrontano la sfida di cimentarsi nella scrittura per amore dell’italiano, raccontando la quotidianità. Il risultato è una lingua eterogenea, impastata di dialetto e parole straniere, che rimanda alla letteratura di migrazione e a scrittrici come Igiaba Scego. Flash, lampi di vita che hanno l’effetto di una foto scattata al volo, ma non per questo meno nitida. Personaggi singolari e un po’ astrusi dominano le “scene” – Venezia, i surfisti dell’Eisbach, una sera con le amiche, un corteo pro Palestina, un bosco – dei racconti su cui ci affacciamo. E in queste microstorie è l’ironia del loro sguardo a guidarci, unico strumento possibile per leggere il mondo senza prendersi troppo sul serio, senza fare troppe… scene!

L’ebook è in vendita online su Bookrepublic, Amazon, Kobo, Apple e su tutti gli altri store.


2015 Lesung aus Incontri Inconsueti am IIC


2015 Veröffentlichung von Incontri Inconsueti 

 

Nata all’interno dell’Università Ludwigs Maximilians di Monaco di Baviera, come appendice all’istituto di italianistica, la nostra Scuola di scrittura è frequentata da studenti provenienti da tutto il mondo. Li accomunano lo studio e l’amore per la lingua italiana, che padroneggiano così bene da essersi voluti cimentare nella scrittura, seppure in una lingua diversa dalla loro. 

“L’anima eterogenea che caratterizza la scuola si riflette pertanto nei racconti di questa antologia, dove a far da padrone è l’amore, nelle sue varie sfaccettature. Sono racconti da un lato incentrati sull’incontro e sul dialogo e nei quali la scrittura finisce col fare da ponte tra culture diverse, dall'altro quasi lirici, che parlano di amori difficili, la cui trasmissione scritta non basta a esorcizzarne il dolore causato. Incontri davvero inconsueti, dunque, dentro e fuori i confini d’Europa.”


2014


Lesungen

2017 Lesung aus der Anthologie Monaco d’autore

Bank Lenz München


2016 Lesung Gasteig Muenchen  Monaco d’autore

 

 


2015 Lesung aus Aspettami tra i fiori del caffè

 

 


2014  Lesung aus Vicolo Verde

 

 


2013 Bologna

 

 

Mit der kolumbianischen Rock-Band: Doktor Krapula

 

 


2012 Genova
Lesung aus MIllevite. Viaggio in Colombia.

 

 


2006  Preis Grinzane Cavour